Il giornale sartoriale e multitasking

Il giornalista dovrà essere in grado di padroneggiare più linguaggi

Se sei nato nel 1990, hai vissuto l’evoluzione del giornalismo in tre decenni. Con altrettanti cambi di modello. La supremazia di carta e televisione negli anni ’90, già sfiorata dai pionieri dell’informazione online. Il lento sorpasso del digitale negli anni ‘2000, quando è iniziato a diventare evidente che la Rete sarebbe diventata la fonte naturale di approvvigionamento delle notizie. L’esplosione definitiva del Web, che potremmo arbitrariamente ricollocare dal 2010 in poi, dove la proliferazione di blog, social network e app ha costretto anche le testate più blasonate a ragionare sulla propria metamorfosi digitale. È impossibile profetizzare il giornalismo del futuro fintanto che si parla di prodotti, perché significherebbe anticipare le frontiere della tecnologia. Riusciamo però a intravvedere un modello generale, che riguarda più la sostanza che l’involucro dell’informazione.

Il giornalismo del futuro potrebbe essere sartoriale, multitasking e internazionale.

Sartoriale nel senso che le testate dovranno offrire al lettore (o spettatore) un prodotto in grado di attrarne l’attenzione nel bombardamento di informazioni diffuse tutti i giorni online. Ragionare meno sull’ansia del primato temporale e più su quella del primato qualitativo, alzando l’asticella fino a offrire qualcosa che meriti davvero di essere consumato e pagato. Nel concreto: app che distillino informazioni preziose per un professionista nell’arco di pochi minuti, servizi di guida ai lettori nella comprensione della quotidianità, cronache che abbinino la ricerca del tempismo a quella della precisione, cavalcando tutti i mezzi disponibile per raggiungere meglio l’audience. Per essere più espliciti: quando un utente si fionda online per capire cosa è successo a New York o Nairobi, non controlla che l’informazione del Sole 24 Ore sia diffusa su Twitter o in homepage (e men che meno su carta). Controlla la notizia e premia chi gliela fornisce meglio.

Ed è qui che entra in gioco il principio del multitasking, espressione talmente abusata da aver smarrito il suo significato letterale: non fare, ma saper fare più cose in contemporanea. Che nel caso del giornalismo si traduce, guarda caso, nella logica della multimedialità. Ancora oggi resistono gli steccati tra giornalisti “di carta”, “online”, “radiofonici”, “televisivo”, “di agenzia”, come se il mezzo di destinazione rappresentasse una qualifica e non uno strumento. Nel futuro, che è già presente, il giornalista dovrebbe comprendere tutte le competenze nella sua figura. Padroneggiare più linguaggi non appiattisce, fa crescere. Esattamente come succede quando si apprende un idioma diverso, lo spaesamento iniziale si trasforma in una consapevolezza più profonda e meno limitata di sé. Se si sa scrivere un articolo sui tempi del quotidiano, perché disdegnare una diretta Twitter, un collegamento radiofonico, un video reportage? E soprattutto, perché concepirli come prodotti separati, inviolabili a vicenda? Soglie sempre più basse di attenzione impongono l’alternanza di linguaggi: un’inchiesta del 2018 è fatta di parole, video, grafici interattivi, audio.

Infine l’internazionalità, un principio tanto intuitivo quanto problematico. Il giornalismo italiano soffre del limite naturale di una lingua praticata da circa 60 milioni di persone, contro il bacino di miliardi di utente dell’inglese o del mandarino, ma anche della potenza di penetrazione di idiomi continentali come francese e spagnolo. Internazionalizzarsi significa guardare fuori da sé, nel senso di aprirsi il più possibile a partnership e strumenti che spingano oltre la dimensione locale. Alcuni potrebbero viverlo come una contraddizione rispetto al culto del giornalismo «di provincia» che regge ad ogni crisi, ma internazionalizzarsi non significa recidere il legame con il territorio. Semmai, stringerlo ancora di più per spremere informazioni più interessanti, meglio costruite e in grado di di intercettare gli occhi di chi si collega allo smartphone quando si sveglia alla mattina, sotto casa o in una metropoli a nove ore di fuso di distanza. Oggi tutto è simultaneo. Anche il giornalismo italiano può diventarlo.


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Alberto Magnani @albmagna17
Giornalista Il Sole 24 Ore